Priscilla e il trasportino: capirsi senza parole

Premetto una cosa importante: Priscilla è stata abituata fin da subito al trasportino. In casa era sempre a sua disposizione, senza porticina, utilizzato come cuccia e come luogo sicuro. Per lei, quindi, non era qualcosa da temere, ma uno spazio familiare in cui rifugiarsi. Questa è la storia di come due individui, appartenenti a specie diverse, possano riuscire a capirsi perfettamente senza utilizzare il linguaggio verbale. Tutto è successo una mattina di Ferragosto di diversi anni fa. Erano circa le sei quando mi svegliai sentendo un gatto miagolare insistentemente. 

Ancora mezza addormentata pensai:
Ma di chi è questo gatto che si lamenta a quest’ora? Poi, nel giro di pochi secondi, il cervello si accese. Aspetta… e se fosse il mio gatto? C’era però qualcosa di strano: quel miagolio sembrava provenire da lontano. Mi alzai di scatto. Priscilla? Dove cavolo ti sei cacciata? Era piena estate, faceva caldo e durante la notte avevo lasciato aperta la porta del balcone. Cominciai a cercarla per casa, chiamandola, finché un pensiero poco rassicurante mi attraversò la mente: Non sarà mica caduta sul balcone del piano di sotto? Mi affacciai. Eccola. Priscilla era proprio lì. 

Il primo sentimento fu di sollievo: apparentemente stava bene. Il secondo pensiero, però, arrivò immediatamente: E adesso come faccio a recuperarla? Il terrazzo sul quale era finita apparteneva a una banca. Era Ferragosto, erano le sei del mattino e con ogni probabilità nessuno avrebbe aperto quell’ufficio per giorni. Chiamo i pompieri? Alle sei del mattino? Per recuperare Priscilla dal terrazzo di una banca? No. Doveva esserci un’altra soluzione. Poi mi venne un’idea. Presi il suo trasportino. Lo legai saldamente a una coperta abbastanza resistente ed elastica e, affacciandomi dal balcone, cominciai lentamente a calarlo verso il piano inferiore. Non potevo spiegarle quello che avevo in mente. Non potevo dirle «Priscilla, entra nel trasportino. Fidati di me. Quando sarai dentro ti tirerò su e tornerai a casa.»

Potevo soltanto mostrarle qualcosa che lei conosceva e sperare che riuscisse a comprendere la mia intenzione. Il trasportino arrivò sul terrazzo. E Priscilla non ebbe praticamente alcuna esitazione. Ci si fiondò dentro. A quel punto iniziai lentamente a issarlo verso l’alto, con lei all’interno, fino a riportarla finalmente sul nostro balcone.

Era di nuovo a casa. Quello che ancora oggi mi affascina di quell’episodio non è soltanto l’intelligenza dimostrata da Priscilla. È il fatto che, in quel momento, due individui appartenenti a specie diverse sono riusciti a costruire una soluzione insieme senza potersela spiegare a parole. Io avevo formulato un’intenzione e le avevo proposto una possibilità attraverso qualcosa che per lei aveva già un significato: il suo trasportino, il suo luogo sicuro. Lei ha osservato la situazione, ha riconosciuto quell’oggetto e, soprattutto, si è fidata. 

Non saprò mai esattamente cosa abbia pensato in quei pochi secondi. Probabilmente non lo saprebbe spiegare nemmeno lei. Ma una cosa è certa: ci siamo capite. Priscilla si era cacciata in un bel guaio, questo sì. Ma ne è uscita come un’eroina. Una gatta geniale. Adoro questa gatta.

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